L’utopia monastica di Gioacchino da Fiore
di Vittorio Emanuele Esposito
(Celico 1135- Pietrafitta 1202)
Conosciamo Gioacchino da Fiore attraverso i versi del canto XII del Paradiso dantesco che lo hanno reso immortale. Nel Cielo del Sole Dante e Beatrice incontrano l’anima di San Bonaventura da Bagnoregio, generale dell’ordine francescano, che nella corona degli spiriti sapienti indica loro quella di Gioacchino: «…e lucemi dallato il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato». In realtà Dante non fece altro che trasporre nella misura musicale del suo endecasillabo la giaculatoria che i monaci florensi recitavano sul sepolcro del loro abate: «Beatus Ioachim spiritu dotatus prophetico». Riconosceva, al tempo stesso, di essere stato ‘illuminato’ dal monaco calabrese, i cui scritti conosceva senza ombra di dubbio, come attestano le molteplici figurazioni simboliche di origine gioachimita cui egli attinge per dar voce e sostanza alla sua “poesia dell’ineffabile”[1]. Ma chi era Gioacchino da Fiore[2], questo ‘profeta’ calabrese che Dante non esitò ad inserire tra gli spiriti sapienti del ‘Paradiso’, nonostante le sue idee fossero in odore di eresia e una sua operetta sulla Trinità[3] fosse stata solennemente condannata e posta all’indice da Innocenzo III nel Concilio lateranense del 1215? Era un monaco, un uomo di fede, che riassumeva in sé le tendenze anacoretiche e contemplative del monachesimo basiliano[4], l’operosità dei benedettini, l’austerità dei cistercensi, al cui ordine appartenne, e che, fondando, sulla base di una Regola ancor più rigorosa e severa, il nuovo Ordine Florense (1196) volle fornire il modello di una comunità di eletti, viventi nella purezza e nella pienezza dello Spirito. Non fu un teologo speculativo, ma neanche un mistico , almeno sul piano dottrinale. Rifiutava, infatti, il razionalismo degli scolastici, come Abelardo e Pietro Lombardo, ma credeva in un logos divino accessibile all’uomo che se ne fosse portato all’altezza. La sapienza di Gioacchino consisteva, appunto, esclusivamente nella conoscenza e nell’interpretazione – a dire il vero, assai libera e soggettiva - della Bibbia e dei Padri della Chiesa, a cui si dedicò per l’intera vita. Tutta la verità che l’uomo può attingere derivava per lui dall’ intelligenza spirituale delle Sacre Scritture, in cui il disegno della creazione si era compiutamente manifestato nella sua logica e nei suoi effetti. Questo era anche il segreto del suo ‘profetismo’, che non aveva, in realtà, altro fondamento se non l’impegno costante e meticoloso di decifrazione del messaggio divino soggiacente alla storia delle “tribolazioni” del popolo ebraico e della Chiesa cristiana: un dramma che nella Bibbia era rappresentato dal principio alla fine, dalla Genesi fino all’ultimo. libro, l’Apocalisse di Giovanni. La Bibbia era, idealmente, per Gioacchino, un unico volume – scritto sul davanti (significato letterale) e sul retro (significato simbolico).-che si srotola e si snoda in una serie di narrazioni e di allocuzioni, contrassegnate da altrettanti sigilli[5], che svelano al lettore ispirato il Piano progressivo della salvezza. Studiando la Bibbia e leggendola con il suo personale metodo ermeneutico, che gli consentiva di scoprire corrispondenze e concordanze, spesso improbabili[6], grazie all’alternanza di vari registri interpretativi ( storico, morale, tropologico, contemplativo , anagogico, tipico - quest’ultimo suddiviso in sette specie) e applicando alla storia ‘che corre nel tempo’ la processione ideale del dogma trinitario (dal Padre al Figlio, dal Figlio allo Spirito Santo), Gioacchino approdò all’annuncio di una nuova epoca, l’età dello Spirito, che, secondo i suoi calcoli, per la verità alquanto artificiosi[7], avrebbe dovuto aver inizio nel 1260. Era il risveglio, due secoli dopo, della credenza millenaristica nella prossima fine del mondo, in conseguenza delle lotte e dei conflitti che ciclicamente si rinnovano sulla terra per la irrimediabile presenza del male, ma preceduta, questa volta, da un periodo di decantazione e di preparazione. La visione di Gioacchino non era, infatti, meno pessimistica di quella di S.Paolo e di S. Agostino. Il sacrificio di Cristo aveva aperto all’umanità la prospettiva della libertà e dell’amore, ma ciò non era bastato a vincere la superbia, la sete di dominio e la corruzione diffusi tra i popoli della terra e largamente presenti anche all’interno della Chiesa e degli ordini religiosi. La sua profezia dell’ età dello Spirito non prefigurava, perciò, una situazione di compiuto e definitivo riscatto, ma solo una pausa, un periodo sabbatico, una parentesi di quiete e di riposo (refrigerium sanctorum), prima della ripresa dei flagelli, delle tribolazioni, dei cataclismi che preludeva alla fine della storia. Questa fine, e l’inizio del Giudizio Universale, venivano semplicemente differiti al termine di un intervallo temporale più o meno breve o esteso: mille anni secondo la generica indicazione dell’ Apocalisse dell’apostolo Giovanni; un periodo, comunque, determinato, finito. *** L’elemento nuovo introdotto da Gioacchino nell’esegesi biblica sta nell’aver valorizzato un passo dell’ Apocalisse di S. Giovanni (Ap.20) generalmente trascurato ed evidenziato solo da alcuni esegeti, come S. Girolamo o Beda il Venerabile. Nel libro dell’Apocalisse [8], l’Apostolo Giovanni rende nota la visione estatica che ebbe mentre era esule nell’isola di Patmos e, dopo aver esposto il contenuto delle lettere che avrebbe inviato, per ammonirle, alle Sette Chiese orientali di sua competenza, comunica, nei terrificanti dettagli, la ‘rivelazione’ (apocalisse) ricevuta circa l’approssimarsi del tempo ‘ultimo’ (éskhaton). Dopo la fine di Babilonia (= Roma), la “grande meretrice”, e la sconfitta dell’Anticristo, Satana, responsabile dei vari flagelli che si abbattono sull’umanità e suscitatore dei mostri che la insidiano e la tormentano, viene, tuttavia, incatenato e gettato nell’Abisso, dove rimarrà per mille anni. Possono, allora, finalmente aver luogo le nozze mistiche tra l’Agnello divino e la Chiesa, sua sposa. Coloro che avranno testimoniato la parola divina, gli eletti, parteciperanno come “sacerdoti di Cristo” a questo provvisorio regno di Dio sulla terra, prendendo parte ad una “prima resurrezione”, da cui, invece, saranno esclusi coloro che, sedotti dalla “Bestia” satanica dalle sette teste, si soni posti al suo servizio. Al termine dei mille anni Satana verrà liberato e scatenerà nuovi flagelli e cataclismi, che avranno termine con Il Giudizio divino e l’avvento della Gerusalemme celeste. Gioacchino, dunque, riprendeva, amplificandola, la profezia di Giovanni e, spinto, insieme, dal gusto medioevale per le simmetrie e dalla ricerca di una via di superamento degli aspri conflitti politico-religiosi del suo tempo, credette di riconoscere, in quella pausa di pace e di ristoro della durata di mille anni, di cui si fa cenno nel suddetto passo dell’Apocalisse, la terza età della storia, l’età dello Spirito: l’età, cioè, della rinuncia alla concupiscenza, alla ricchezza e alla gloria mondana, del superamento della carnalità, della vita contemplativa come forma di perfezione spirituale. Poteva così compiersi l’epifania di Dio, uno e trino, nella storia del mondo. Se, infatti, l’Antico Testamento documentava l’età del Padre (epoca dell’obbedienza alla legge, dettata da Dio a Mosé, e del timore) e se il nuovo Testamento inaugurava l’età del Figlio (epoca della grazia e della libertà ), quel passo, quasi incidentale, dell’ Apocalisse giovannea permetteva di dare consistenza storica ed epocale anche allo Spirito Santo (epoca della pace, della giustizia e dell’amore), alla cui discesa sugli Apostoli nel giorno della Pentecoste non erano seguiti gli effetti sperati sull’umanità e sulla stessa Chiesa, attraversata per secoli da contrasti e da scismi – come quello del 1050 tra Chiesa greca e Chiesa latina- , da conflitti di potere, da contese tra Papi e Imperatori e tra Papi e Anti-Papi, da vizi capitali - come simonia e nicolaismo-, da devianti aspirazioni alla mondanità, alla ricchezza, al lusso. Sul fondamento di questa teologia storica della tre età o dei tre Stati, Gioacchino poté, dunque, costruire la sua utopia monastica di una Città Celeste, con al vertice l’ordine dei contemplativi (monaci spirituali), cui si sarebbero assimilati gli ordini “corporali”, che nella precedente età del Figlio avevano guidato la Chiesa, negli stadi in cui gli interessi e le passioni della ‘vita attiva’, ancora dominanti nel mondo, rendevano necessari la predicazione e l’istruzione dei fedeli (pastori, diaconi, dottori, “vergini[9], chierici). Infatti, quando tutti avranno rinunciato all’azione e conosciuto la verità “vorranno assaporare soltanto le cose divine, non per cercare di sapere che cosa sono, ma per poter prendere possesso di ciò che già conosceranno mediante l’infusione dello Spirito”[10] Nella planimetria ideale disegnata da Gioacchino – che dichiara di averla ‘vista’ “con gli occhi del (suo) cuore”- la Città Celeste è posta entro un quadrato con un’ uscita per ogni lato che conduce agli insediamenti dei diversi ordini sociali ciascuno rappresentato da un simbolo (leone, vitello, uomo, aquila) In particolare se la Chiesa in blocco è simboleggiata dalla Colomba, è l’Aquila che rappresenta i contemplativi. Quanto ai laici, essi si dividono in due classi, i “singoli continenti” e i “coniugati”, ed occupano una posizione marginale.: entro la Città, perché convertiti anch’essi ad una vita ascetica e contemplativa, ma i primi risiederanno nei sobborghi e gli altri nei quartieri limitrofi. Grazie a questo ordinamento e alla rinuncia di tutti alla concupiscenza, alla ricchezza e al potere, la Città di Dio sulla terra, nel suo breve interregno,“avrà pace e un sabato che durerà fino alla liberazione di Satana”[11]. Questa è l’idea nuova introdotta da Gioacchino rispetto alla concezione di S. Agostino, per il quale la “Città di Dio” è immanente nella Chiesa, ma latente nel mondo, dove vive mischiata al male e al peccato, e avrà piena realizzazione solo nell’al di là, quando il divenire avrà termine e il “sabato infinito” subentrerà alle sei epoche terrene, riscattando i giusti dalle pene dell’esistenza. Al contrario, Gioacchino, fedele per il resto alla visione agostiniana della storia, vede nella Città di Dio una realtà prossima, effettiva, concreta; un’anticipazione e un simulacro della “Gerusalemme celeste”, che, sotto l’egida dello Spirito Santo, sarebbe sorta di lì a poco (“il tempo è vicino”), con il passaggio generalizzato dalla vita attiva alla vita contemplativa. con la conversione dei popoli- primi fra tutti gli Ebrei- con il superamento di ogni cupidigia di potere, di ricchezza e di gloria e con la conseguente affermazione della pace, della giustizia e dell’amore nel mondo. *** Il pensiero futuristico esercita sempre una suggestione sulle menti, che si traduce in ammirazione ed adesione se è ispirato dal bisogno di universale riscatto e liberazione dai mali, dai sensi di colpa e da tutte le forme di privazione e di oppressione, materiale e spirituale, che pesano sull’esistenza degli individui. Gioacchino annunciava, con la certezza e l’autorità dell’uomo di Dio, interprete della sua parola, un’era di rinnovamento radicale, in cui l’eguaglianza basata sull’umiltà avrebbe prevalso sulla superbia predominante. Il pensiero dell’età dello Spirito e l’utopia di una Città di Dio terrestre prospettavano un mondo capovolto, in cui “il maggiore servirà il minore” e gli umili saranno eletti da Dio, così come Giacobbe fu preferito al primogenito Esaù (Lettera di S.Paolo ai Romani)[12]. Si comprende come le idee rivoluzionarie di Gioacchino - pur enunciate con scrupolo di fedeltà alla Chiesa romana - la “Città del sole” del profeta Isaia, “madre e punto di collegamento fra tutte le Chiese”[13]- trovassero un terreno fertile in un contesto storico, già preparato dalla fioritura dei movimenti ereticali -i Patarini, i Catari, gli Arnaldisti- che univano alla pratica e alla predicazione della povertà il rifiuto di una Chiesa deviata rispetto alla purezza dei tempi evangelici. Gioacchino condivideva queste istanze critiche, ma condannava le eresie per la loro eterodossia dogmatica e per la ribellione e secessione dall’istituzione ecclesiastica in quanto tale. La società dello Spirito si sarebbe per lui attuata spontaneamente, secondo il piano cosmico tracciato nella Bibbia,, per volontà di Dio e non per volontà degli uomini. La povertà avrebbe perso il suo valore di estrema antitesi alla cupidigia in una situazione in cui lo slancio di elevazione sarebbe diventato assolutamente predominante con la conseguente indifferenza verso i beni terreni e la Chiesa, totalizzandosi nell’unità dei credenti interiormente convertiti e trasformati dallo Spirito in “sacerdoti di Cristo”, avrebbe dismesso i connotati istituzionali di guida e di controllo delle anime. La norma interiore, infatti, discendendo dal rapporto intimo instaurato da ogni singolo con Dio, che la desoggettivizza e la universalizza, avrebbe sostituito ogni estrinseca normatività. Dopo la morte di Gioacchino queste idee vennero riprese dall’ala più radicale del movimento francescano[14] e il messaggio divino, estratto dalla Bibbia e reso esplicito attraverso una lettura che riprendeva e in parte innovava la tradizione apocalittica, fu riassunto e codificato in un Vangelo Eterno da Gerardo da Borgo San Donnino in uno scritto introduttivo alle opere dell’abate florense. Al di là dei veri proponimenti del loro autore, tale Vangelo avrebbe dovuto aggiungersi e sostituire i quattro Vangeli canonici. Lo scritto di Gerardo fu, però, giudicato come eretico e ‘fatuo’ da una commissione di tre cardinali nel cosiddetto “Protocollo di Anagni” (1255) e successivamente distrutto, *** La teoria dei “tre Stati” viene spesso celebrata come una concezione ‘moderna’ della storia, la cui esclusiva paternità è da ascriversi a Gioacchino, che avrebbe influenzato molti pensatori e grandi filosofi dei secoli successivi , come Vico, Hegel, Marx fino, potremmo aggiungere, allo stesso Heidegger, a riprova della profondità e della viva attualità del suo pensiero, riproposto, oggi, come antidoto al “nichilismo” contemporaneo. In realtà lo schema e il ritmo ternario erano già stati introdotti dagli antichi per distinguere le età del mondo (aurea, argentea e bronzea) e applicati da Platone e Aristotele alla successione ciclica delle forme di governo ( teoria dell’anakýklōsis). Gioacchino estese questo schema al divenire complessivo e compiuto della storia umana, invertendone l’ordine e inaugurando una nuova concezione del tempo: né ciclico – come il tempo degli astri, che periodicamente tornano al punto di origine- né semplicemente lineare, ma ritornante su se stesso, come una spirale, e procedente in avanti, pieno, in ogni istante, della memoria dell’intero processo, quale è delineato e anticipato nel logos divino e reso manifesto all’umanità dalla Scrittura. In questa visione religiosa del tempo e della storia la fine dell’esistenza perde il significato distruttivo di totale annientamento e acquista il valore di un fine, che dà senso al presente e alimenta la speranza nel futuro. A torto, dunque, secondo Andrea Tagliapietra[15], Gioacchino è stato considerato una figura marginale nella storia delle idee e della filosofia (che altro non è se non l’analisi critica delle idee nate dalla riflessione degli uomini sulla realtà e su se stessi). In effetti la concezione di Gioacchino non può essere giudicata meno ‘filosofica’ soltanto perché egli rifiutò le speculazioni astratte e i raziocini allora di moda, in seguito all’ingresso massiccio dell’aristotelismo nelle scuole e nelle università, e seguì, invece, una strada diversa, più tradizionale, di accesso alla verità. Il giudizio di S. Tommaso, che gli rimproverò la mancanza di una solida formazione ‘scolastica’, è, in realtà la spia di un contrasto tra due diverse forme di teologia, tra due filosofie, tra due metafisiche. La presunta antitesi tra ragione e fede, infatti, a ben guardare, si rivela come la contrapposizione tra due forme codificate di razionalità, diverse per fonti di riferimento, categorie, tipi di argomentazioni e nascono entrambe dal bisogno dell’uomo di dare stabilità, consistenza e valore alla sua contingente presenza nel mondo. Né, per l’altro verso, Gioacchino può essere considerato più ‘moderno’ dei filosofi scolastici solo perché il suo pensiero è svincolato dall’armatura concettuale aristotelico-tomistica, con cui la ‘ragione’ si è per molto tempo identificata. Infatti a questa struttura logico-linguistica che opera come un filtro deformante sulla conoscenza diretta del mondo, egli contrapponeva un “reticolo simbolico”[16] derivato dalla propria interpretazione della Bibbia, non meno pesante ed esclusivo, entro il quale il divenire storico veniva rigidamente costretto, come in una intelaiatura ‘iconica’ altrettanto assoluta di quella ‘logica’. Cosicché l’ “apertura” verso un futuro nuovo e diverso rispetto al passato si riduceva all’aspettativa di una realtà già tutta determinata nelle sue linee essenziali. Il ‘sogno’ di Gioacchino non oltrepassava, di fatto, il recinto del monastero e l’avvento della nuova società, nell’era dello Spirito, veniva da lui configurato come l’edificazione di un “vasto cenobio”, includente chierici e laici, in cui l’ordine monastico – dopo la prevalenza storica di quello dei coniugati e di quello dei sacerdoti- avrebbe svolto la funzione principale, come esempio di ascetismo estremo e di perfetta spiritualità per tutti gli altri. Se è forse ingeneroso parlare di un’ “angusta filosofia della storia, fatta in servigio di un ordine monastico”, come giudicò Felice Tocco[17], che, peraltro. si affrettò ad attenuare subito dopo questa drastica valutazione, non è comunque una visione che può trascendere i limiti storici della cultura medioevale e il circoscritto orizzonte ideale di Gioacchino, neanche con l’espediente di decontestualizzarla, spogliandola dei suoi contenuti più pregnanti. Si tratta in ogni caso di una “filosofia della storia”, cioè di un mito filosofico o teologico, di natura estetica o poetica, che può esercitare ancora suggestioni e alimentare nostalgie solo tenendo presente la situazione di crisi del pensiero contemporaneo. *** C’è però un aspetto dell’esperienza intellettuale di Gioacchino - il cui interesse dal punto di vista storico e umano va oltre il problema dell’”attualità” del suo pensiero- che merita di essere considerato per trarne degli insegnamenti ed è quello che riguarda il suo cosiddetto “pensiero figurale”. Tutti i suoi scritti sono ricchi di simboli, metafore e similitudini, che suggeriscono immagini mentali, molte delle quali trovano riscontro nelle complesse composizioni grafico-pittoriche riunite nel Liber figurarum. Non ci si sbaglia affermando che egli possedeva una fervida ed esuberante fantasia, che si metteva in moto durante i lunghi silenzi della riflessione e della meditazione. Ma si può parlare di una specifica modalità di pensiero al suo riguardo? Tutti pensiamo per immagini e il pensiero verbale è sempre preceduto e accompagnato da immagini, che sarebbero bastevoli al bisogno se non vi fosse la necessità di riassumere l’esperienza per memorizzarla e per comunicarla ad altri. Quando parliamo o scriviamo, invece, pensiamo per concetti, essendo le parole segni di quei simboli astratti e riassuntivi di immagini o di operazioni sulle immagini che sono i concetti e i ragionamenti. Tuttavia, Il livello di astrazione può essere, talora, così alto da rendere incomprensibile e irrappresentabile l’idea che si intende trasmettere. Allora bisogna ricorrere a perifrasi, ad esempi, a paragoni, oppure cercare il supporto di mezzi di comunicazione diversi e più immediati. Questi sono i limiti del linguaggio verbale di cui Gioacchino era pienamente consapevole. Nell’affrontare il commento dell’ Apocalisse egli con umiltà esprimeva il suo dubbio di non riuscire a presentare con un linguaggio elegante ed efficace il contenuto del libro in tutta la sua grande ricchezza di significati. E, quasi scusandosi con i suoi lettori, avvertiva: “Parlerò, quindi, come potrò, nel caso contrario indicherò con dei cenni. E se non posso imitare gli uomini, imiterò l’animale senza intelligenza, o altrimenti l’uomo privo di parola, che a cenni va indicando ciò che ha visto E’ evidente che Gioacchino prendeva le distanze da quel parlare/ragionare per logiche deduzioni e rigorose dimostrazioni, su cui si fondavano il successo e la fama di Pietro Abelardo, ritenendolo inadatto nel trattare una materia sacra che aveva al suo centro la Rivelazione divina e che richiedeva non già l’esercizio della fredda ragione, ma quello dell’intelligenza intuitiva che ha le sue radici nel cuore e sa penetrare il senso riposto dei fatti e dei messaggi contenuti nel Testo ispirato da Dio. Anche quando affrontò questioni teoriche, come quelle della Trinità o della Grazia, egli, piuttosto che argomentazioni razionali, preferì esibire immagini che chiarissero con evidenza i concetti. Contro Pietro Lombardo, che aveva distinto l’essenza unitaria di Dio dalle tre persone, si limitò ad osservare che così si otteneva una ‘quaternità’ al posto della Trinità e, a supporto della propria tesi, fornì delle ‘immagini’ che servissero a rendere accessibile il dogma trinitario più di qualsiasi ragionamento formale. Quella, ad esempio, del sole e dei suoi raggi o quella del fuoco solare, del calore e della luce, dai quali il sole non si distingue come una quarta cosa. Ma, soprattutto, l’immagine, del salterio a dieci corde, che si affacciò alla sua mente nel giorno della Pentecoste, come un’ improvvisa illuminazione. Il salterio, infatti, è uno strumento dalla cassa triangolare; la cassa è unica, ma può essere osservata da tre prospettive diverse quanti sono i suoi spigoli. Tale metodologia comunicativa, che risponde ad un chiaro intento pedagogico, trovò massima espressione nelle tavole riunite nel Liber figurarum[18] : gli “alberi delle storie”, veri e propri diagrammi della successione di epoche, generazioni, popoli; i cerchi di tre colori con il tetragramma biblico (IEUE) adattato per indicare la Trinità divina e le sue manifestazioni storiche; il “carro di Ezechiele” che trasporta il trono divino, con le ruote dei due Testamenti che girano all’unisono e le quattro ruote simboleggianti umiltà, pazienza, fede, speranza; la serpentina, che nei diversi momenti della liturgia annuale riassume l’intera storia della salvezza; la mappa della Città Celeste, ecc. In questa straordinaria opera Gioacchino diede prova del suo grande talento creativo e insieme di come le figure, ideate e costruite come sussidio e “cenno” sensibile, integrativo e illustrativo del pensiero espresso in parole, possano risolvere i più ardui problemi comunicativi. Le “figure” non sostituiscono il pensiero verbale, discorsivo; lo supportano e lo integrano quando le parole mancano o sono insufficienti a produrre una chiara visione del contenuto da trasmettere. Conoscere è, infatti, soprattutto vedere (con l’occhio mentale e, come nota Gioacchino, con “l’occhio del cuore”) e la rappresentazione grafico-pittorica, materializzando le astrazioni, facilita la comprensione e l’apprendimento. Una lezione che non sfuggì a Tommaso Campanella. Le mura dei sette gironi che circondano la sua Città del Sole sono, infatti, istoriate con figure che traducono sul piano sensibile le nozioni di tutte le scienze. Cosicché i fanciulli, camminando in quattro schiere sotto la guida di quattro anziani, acquisiscono il sapere più che dalle parole dei maestri dalla intuizione diretta delle cose e delle loro relazioni.
(Celico 1135- Pietrafitta 1202)
[1] Cfr.: G.R.Succurro, Gioacchino da Fiore nella storia del pensiero occidentale, in Quaderni dell’Upmed n.4. Publigraphic, Cotronei 2020, p.146 ss. Basta pensare ai tre cerchi concentrici, «di tre colori e d’una contenenza», con cui viene reso sensibile il mistero della Trinità divina ( Parad., canto XXXIII), alla candida rosa, all’aquila ingigliata, alla lettera “I” con cui viene indicato il Padre che si rivela ad Adamo (canto XXVI), all’immagine dei due arcobaleni che si riflettono l’un l’altro (i “due archi paralelli e concolori” del canto XII, i cerchi divini che “l’un da l’altro come iri da iri parea reflesso”) per dedurre che Dante ebbe sottomano il Liber figurarum o il manuale sull’Apocalisse o altre opere di Gioacchino.
[2] Nacque a Celico (Cs), nel 1135, da una famiglia altolocata (il padre era notaio) forse di origine ebraica, come attestano il suo nome -Joachim- e il battesimo ricevuto soltanto a sette anni. Il suo profetismo, basato sulla lettura simbolica della Bibbia, ha un significativo riscontro con quello del filosofo ebreo spagnolo, a lui contemporaneo, Mosè Maimonide, che si dedicò all’interpretazione allegorica del Talmud. Dopo aver lavorato, come funzionario e come notaio, presso il Giustizierato cosentino e in seguito presso la Cancelleria normanna di Palermo, compì un viaggio in Terrasanta, durante il quale scoprì la sua vocazione-di predicatore del verbo divino. Tornato in Calabria, su questa primitiva disposizione, prevalse la sua attitudine contemplativa, che lo induceva ad isolarsi per approfondire le Sacre Scritture, ricercando in esse elementi di novità, per un intimo bisogno di elevazione. Si fece monaco, entrando nel monastero di Corazzo, di cui divenne abate; ma appena poteva cercava di evadere per dedicarsi allo studio e alla meditazione. Fu ospite dell’abbazia di Casamari (dove concepì le sue opere maggiori) poi a Fossanova e a Pietralata, (presso Rogliano), rinunciando, infine, alla sua carica di abate di Corazzo per fondare, in Sila, un monastero che doveva essere il “fiore” di una rinnovata spiritualità (1190). Sei anni più tardi il Papa Celestino III approvò la nascita dell’ “Ordine florense”, come ramo del monachesimo cistercense. Gioacchino ebbe rapporti con Papi e massime autorità politiche del suo tempo, su cui esercitò la sua influenza (Lucio III, Urbano VIII, Guglielmo II, Tancredi, Riccardo Cuor di Leone, Costanza di Altavilla, Enrico VI). Morì nel 1202 a San Martino del Canale presso Pietrafitta (Cs)- La sua salma fu traslata nella nuova Chiesa abbaziale di S. Giovanni in Fiore. Le opere principali di G. sono: 1) Concordia Novi ac Veteris Testamenti 2) Enchiridion super Apocalipsim 3) Psalterium decem chordarum.
[3]De unitate seu essentia Trinitatis, andata perduta.
[4] Secondo Felice Tocco (L'eresia nel Medioevo. Tiemme Edizioni Digitali. Edizione del Kindle, p.239) i veri precursori di Gioacchino furono i monaci basiliani calabresi, come S.Leoluca da Monteleone, Elia il giovane, Elia Speleota da Reggio, S.Nilo da Rossano, S. Bartolomeo da Simeri: “Tutti menano al pari di lui vita di stenti e di fatiche, e tormentano spietatamente il loro corpo per dare più libero volo al loro spirito. Tutti amano al pari di lui la solitudine, e si ritraggono negli alpestri silenzi di un eremo, ove a poco a poco per opera loro sorgerà un nuovo cenobio di regola più severa”. Lo studio dei libri sacri, le contemplazioni mistiche, il carisma profetico, sono caratteri che accomunano l’esperienza religiosa di Gioacchino a quella dei monaci basiliani, in una Calabria ancora in larga parte legata alla cultura greco-bizantina.
[5]I Sigilli (quasi dei segnalibro, che separano le varie parti del testo sacro e scandiscono le età e i tempi della storia) sono sette, come i giorni della creazione più il riposo, e corrispondono, secondo Gioacchino, ai sette momenti (‘opere’) dell’epifania del Figlio: Nascita, Battesimo, Passione, Resurrezione, Ascensione , Discesa dello Spirito Santo, Giudizio finale. Il numero ‘sette’ è applicato da Gioacchino anche alla tavola delle virtù o “doni dello Spirito Santo” (coraggio, saggezza, intelligenza, sapienza, conoscenza, pietà, timore), che, a loro volta corrispondono ai cinque sensi, da lui aumentati a sette, per esigenze di simmetria, con l’aggiunta del “camminare a piedi” e della sensibilità sessuale. Sette sono, infine, le Chiese d’Oriente e sette quelle di Occidente (cinque, con l’aggiunta di due per le solite esigenze di concordanza).Vedi: G.d.F., I sette sigilli, a cura di A. Gatto, Mimesis, Milano-Udine 2013.
[6]Sull’ermeneutica di Gioacchino, oggi esaltata dai fautori dell’ “interpretazione infinita”, è utile ricordare quanto scrisse il critico catanzarese Felice Tocco (allievo di F. Fiorentino e maestro di R. Mondolfo) sulle “interpretazioni forzate”, le “viziose classificazioni”, i “faticosi calcoli di date e generazioni” dell’abate calabrese, che gli appariva dotato della “costanza e della fede di un cabalista” e che “sping(eva) troppo oltre i diritti dell’interprete, e nessuna violenza risparmi(ava) alla lettera della Bibbia per salvarne lo spirito” Cosicché: “rimosso l’ostacolo dell’intelligenza letterale, l’interpretazione allegorica non ha più freno che la moderi” (L'eresia nel Medioevo, cit., p.230).
[7]Basati sulla ricorrenza dei numeri 5 , 7, 12 (7+5) come le tribù di Israele e i dodici apostoli.
[8]Secondo Gioacchino, l’Apocalisse contiene “la profezia delle profezie”, quella che, al di là della previsione di eventi futuri particolari “rende accessibili le cose nascoste, penetra in quelle segrete, scioglie i sigilli, illumina le oscurità”con riferimento al destino universale dell’uomo- Sgorgata dal cuore dell’Apostolo Giovanni, la “corrente del fiume celeste” ci rivela, così, la storia del mondo a partire dall’inizio dell’età del Figlio, riassunta in un unico libro , che completa i quattro Vangeli. L’Antico Testamento, invece, narrava, in una pluralità di libri, la storia dell’”età del Padre” dall’origine del mondo ad Esdra, completandola con le quattro storie particolari di Giobbe, Tobia, Giuditta ed Ester. In entrambi i casi: una storia principale e quattro storie particolari, che si dispiegano in una scansione settenaria di tempi che si corrispondono geometricamente ( G.d.F., Sull’Apocalisse, trad. . A. Tagliapietra, p.137, 139, Feltrinelli. Milano 2018.
[9]Sono i monaci della seconda età, che, come gli eremiti, evadono dal mondo o come i cenobiti si dedicano allo studio delle Sacre Scritture e all’apprendimento del sapere. E’ significativo che questo monachesimo ‘inattivo’ e contemplativo, isolato dal mondo, di cui G. era parte,. viene fatto corrispondere alla Chiesa di Costantinopoli (Sull’Apocalisse, p.295)
[10]Sull’Apocalisse, cit., trad. A. Tagliapietra. P.315
[11]Enchiridion super Apocalypsim, in “G.d.F.: Sull’’Apocalisse”, cit.,, p.323
[12]Vedi: Dialoghi sulla prescienza divina e la predestinazione degli eletti, Viella, Roma 2001, p.33 ss.
[13]G.d.F.: Sull’Apocalisse, cit., p.303
[14]L’Ordine dei Frati Minori fu fondato da S. Francesco nel 1209 e approvato definitivamente nel 1223 da Onorio III
[15]Cfr. Introduzione a: G.d.F.: Sull’Apocalisse, cit., 3.Gioacchino filosofo: l’interpretazione della storia, p.40 ss.
[16]Ivi, p.41 [17] Cfe.: L'eresia nel Medioevo, cit., p.230 [18] Scoperto nel 1837 da Leone Tondelli. Ne esistono altre due versioni rinvenute a Oxford e a Dresda
Francesco Loria, un caccurese caduto sul lavoro
di Giuseppe Marino

Francesco Loria, uno dei più giovani minatori periti nella sciagura mineraria di Monongah del 6 dicembre del 1907, era nato a Caccuri, da Saverio e da Caterina Marino, il 23 febbraio del 1886 (Atto n. 11 del 1886 – Comune di Caccuri), nella casa di via Mergoli. Il padre era figlio di Domenico Loria e di Annunziata Militerno, mentre la madre era nata dal matrimonio tra Vincenzo Marino e Maria Cosenza.
Saverio Loria e Caterina Marino si erano sposati nel 1879 (atto di matrimonio n. 10 del 1879) e dalla loro unione, il 22 febbraio del 1881, nacque il primo figlio, Antonio, che diventerà poi falegname e sposerà, nel 1906 (atto di matrimonio n. 3 del 15-3-1906) Luisa Chiodo, figlia di Francesco Chiodo e Maria Ruggiero.
Il 6 gennaio del 1884, nacque la prima sorella di Francesco, Maria e, il 24 gennaio del 1885, il secondo fratello, Pasquale. Il 7 agosto del 1888 nacque un altro dei fratelli, Gaetano Giovanni e, il 2 maggio del 1891, l’ultimogenito, Giuseppe Mario. Francesco era dunque il quarto dei figli. Visse l'infanzia a Caccuri tra gli stenti che dovevano sopportare, a quei tempi, i ragazzi figli di poveri contadini. All’età di quattro mesi, il 15 giugno del 1886, ricevette, come tutti i bambini del suo tempo, il battesimo nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, come risulta dai registri parrocchiali (Reg. battesimo Vol. 1°. Pag, 52, num. 29/1886), poi rimase nel paese natio fino all’età di 19 anni, quando partì alla volta di Napoli per imbarcarsi, il 16 settembre del 1905, insieme al cugino Pasquale (nato a Caccuri il 7 febbraio 1885 da Francesco e da Isabella Quintieri) a Salvatore Loria, nato a San Giovanni in Fiore da Gianbattista Loria e da Lucrezia Perri e al figlio di quest’ultimo, Gianbattista, di soli 13 anni.
I quattro si imbarcarono sul piroscafo Madonna diretto a New York dove sbarcarono il giorno 29 dello stesso mese. Dopo i lunghi ed estenuanti controlli nel ghetto di Ellis Island e le visite mediche, ripartì con destinazione Fairmont, una cittadina mineraria del West Virginia dove risiedevano tanti paesani, compreso un cugino, Domenico Loria (Duminicu 'e Sabbella), fratello di Pasquale (compagno di viaggio di Pasquale e anch’egli figlio dello zio Francesco e di Isabella Quintieri) che abitava al n. 124 di Water Street. Qualche tempo dopo trovò lavoro presso la Fairmont Coal Company, una compagnia mineraria che gestiva la miniera di carbone di Monongah, una località a pochi chilometri da Fairmont.
Nella miniera della morte il giovane Francesco lavorò per qualche tempo, fino alla giornata maledetta del 6 dicembre, quando, alle 10,20 del mattino, alcune esplosioni seppellirono, nelle gallerie n. 6 e n. 8, ben 956 lavoratori, 500 dei quali italiani, anche se le cifre ufficiali parlano di 362 minatori dei quali 171 italiani. Quel giorno, secondo i documenti ufficiali, scesero in miniera 478 minatori, più 100 addetti alle attività accessorie, ma questo è quanto risulta dalle firme apposte sul registro di ingresso. In realtà a scendere nelle gallerie furono, probabilmente, molte più persone, compresi anche molti bambini che non firmarono nessun registro. In quel cantiere, infatti, vigeva il cosiddetto building system, del cattivo compagno. Ogni minatore, infatti, poteva portarsi dietro un amico, un parente che lo poteva aiutare senza doverlo comunicare alla compagnia. In questo modo, più carbone estraeva, più riceveva buoni acquisto da spendere nei negozi della stessa compagnia.
Francesco trovò la morte nella galleria n. 8. La sua salma fu riportata in superficie dalle squadre di soccorso e tumulata nel cimitero di Monte Calvario, appositamente realizzato a poche decine di metri dai cantieri della Fairmont Coal Company. Ancora oggi una piccola lapide ricorda il sacrificio dell’umile giovane minatore caccurese emigrato per sfuggire alla miseria e agli stenti patiti nella natia Caccuri e perito tragicamente nell’inferno di Monongah.
Filosofi della Calabria
di Vittorio Emanuele Esposito
Nel clima di favorevole rivalutazione della tradizione filosofica italiana da parte del mondo europeo e statunitense è legittimo, superando i pregiudizi su presunti provincialismi e minorità, restituire la dovuta attenzione anche alla filosofia calabrese, che di quella tradizione, attraverso i suoi pensatori di maggiore spicco, costituisce parte integrante e di rilievo. Né si può dimenticare, se mai è accaduto di farlo, che la filosofia, cioè il pensiero che, per comprenderle e rintracciarne il senso, prende le distanze e si eleva in volo sulla realtà, sulla vita, sulla storia, ha avuto il suo atto di nascita in Calabria, nella Magna Graecia (Megàle Hellàs) e nel Meridione d'Italia, dove, nel VI sec. a.C., sono sorte, quasi contemporaneamente, la “Scuola Italica” (= scuola pitagorica) e la “Scuola eleatica”[1], la cui luce intellettuale ha illuminato tutto il corso della storia della filosofia, fino ai giorni nostri e al cui interno sono stati costruiti i fondamenti concettuali del pensiero filosofico-scientifico e del pensiero comune.
Sembra che la stessa parola filo-sofia, stando ad una tradizione riportata da Diogene Laerzio, sia stata inventata da Pitagora, che definiva se stesso ‘filosofo’ per sottolineare che il sapere (sofìa) umano, a differenza di quello degli dei, è sempre incompiuto, si accresce attraverso successive scoperte e perciò va coltivato con passione e amore (filìa) per la verità.
[1] La Scuola eleatica (Parmenide, Zenone e Melisso di Samo) sorse ad Elea (Hyele- Velia per i latini, oggi Ascea in provincia di Salerno), colonia dei Focesi, ed ebbe con molta probabilità rapporti con quella di Pitagora. L’idea enunciata da Parmenide della realtà come Essere, che esclude il Nulla e che perciò non muta e non ha principio né fine, contrariamente all’opinione (doxa) e ai giudizi degli uomini, che affermano e negano, non soltanto fu il presupposto della teoria platonica delle idee e influenzò la filosofia medioevale e moderna, ma suggestiona ancora il pensiero del nostro tempo, tanto che è stato riproposto un “ritorno a Parmenide.
1. Pitagora-Πυϑαγόρας
(Samo [o Sidone o Tiro] 570 a. C. – Metaponto 495 d. C.)

Tutto quello che sappiamo, e quanto comunemente si dice, intorno a Pitagora è stato tramandato da fonti posteriori a lui di alcuni o di molti secoli, che, per giunta. hanno attinto ad una letteratura fantasiosa formatasi dopo la sua morte, in cui Pitagora veniva descritto come un personaggio semi-divino dotato di poteri sovrannaturali o addirittura come il figlio di Apollo.
Il nome “Pitagora”, peraltro abbastanza diffuso a quei tempi[2], sotto questo aspetto, acquista un significato simbolico alludendo ad un rapporto diretto tra il filosofo di Samo e Apollo Pitio. Il suo significato può essere inteso, in senso passivo, come “colui la cui nascita fu annunciata dalla Pizia” (la sacerdotessa di Delfi)[3] o ,in senso attivo, come “colui che è venuto ad annunciare la sapienza di Apollo Pizio”[4]. Fatto sta che la leggenda sul filosofo di Samo come personalità mistica in contatto con il mondo dell’al di là, alimentata dallo stesso Pitagora con le sue dottrine segrete, i suoi precetti enigmatici di stile oracolare (“akousmata”[5]) e i suoi atteggiamenti da taumaturgo, iniziato ai Misteri orientali e depositario della sapienza occulta degli Egizi, dei Fenici, dei Caldei e dei Magi[6], amplificata dai suoi discepoli e seguaci e arricchitasi nel tempo di nuovi eventi straordinari (“mirabilia”, miracoli[7]), costituisce una spessa cortina di fumo che rende difficile ravvisare, distinguere e far emergere la linea del suo pensiero.
Per fortuna abbiamo delle testimonianze dirette e indirette di autori coevi o vissuti a poca distanza di tempo, che ci consentono di diradare la nebbia dell’aneddotica di pura fantasia e ci restituiscono l’immagine di un filosofo iniziatore di un indirizzo di pensiero basato sull’osservazione della realtà piuttosto che su astratte speculazioni.
Può sembrare strana questa affermazione riferita a chi, come Pitagora, ha fama di grande matematico, scopritore del teorema che porta il suo nome, fondatore di una scuola di matematici che durò oltre la sua morte, a cui appartennero Ippaso, Timeo, Filolao, Archita e molti altri. Ma la matematica, in origine, prima della sua completa idealizzazione, aveva poco di speculativo e molto di concreto, basandosi sulla ricerca dei rapporti spaziali tra le cose o tra i loro modelli semplificati e regolarizzati, quali sono le figure geometriche, e sul calcolo dei “punti-numero” come elementi minimi, finiti e discreti, di cui si compone la linea, secondo la concezione “granulare” della linea[8], che precedette la smaterializzazione del punto e la conseguente rappresentazione del continuum spazio-temporale.
In realtà il “teorema di Pitagora” era già conosciuto dai babilonesi ed ebbe la sua dimostrazione negli Elementi di Euclide, vissuto due secoli dopo di lui. Pitagora esultò per la sua personale scoperta; per aver ‘veduto’, cioè, la relazione tra il quadrato dell’ipotenusa e la somma dei quadrati dei cateti e averla misurata con lo strumento analogico del “numero-punto”. Così come manifestò il suo entusiasmo quando, ascoltando i suoni diversi che un fabbro produceva battendo il ferro, riconobbe gli intervalli di ottava di quinta e di quarta, e capì che tale diversità dipendeva dal differente peso del martello usato, scoprendo che questi suoni erano in rapporto numerico di 2/1, di 3/2, di 4/3, E non contento di tale scoperta volle poi verificarla con altri esperimenti, appendendo, ad esempio, pesi diversi a quattro corde, oppure percuotendo vasi riempiti di acqua in varie proporzioni. Per la verità quest’ultimo esperimento viene attribuito ad Ippaso, il quale però aveva la cattiva abitudine di appropriarsi delle scoperte fatte da “quell’uomo”, come i pitagorici, senza nominarlo, chiamavano il maestro.[9]
Due brevi considerazioni si impongono a questo punto.
La tesi “negazionista” o “riduzionista” (si è persino messa in dubbio l’esistenza di Pitagora come persona) prevale spesso tra gli storici della filosofia a causa della povertà e dell’incertezza delle notizie. Ci si appella ad Aristotele, che, esponendo e commentando le dottrine della scuola crotoniate, non parlò mai di Pitagora, ma riferì ai “cosiddetti pitagorici”, di prima e seconda generazione, la maggior parte dei contenuti e dei risultati teorici attribuibili all’insegnamento del maestro, raffigurato, per parte sua, come una specie di santone e di sciamano o tutt’al più come un autorevole educatore di stampo religioso (Walter Burkert). Ma senza il caposcuola questi discepoli ed epigoni non sarebbero mai stati riconosciuti come “pitagorici” e non solo per il loro “modo di vita”, ma proprio per le dottrine scientifico-filosofiche che professarono in assoluta concordia e convergenza, custodendole come una preziosa eredità.
In secondo luogo, Pitagora, come dimostrano le sue indagini nel campo della matematica, della musica, dell’astronomia e la sua precettistica in ordine alla cura del corpo e dell’anima, ricercava nel particolare il generale, nel molteplice l’unità, mirando a definire la struttura del reale e a rintracciarne i principi : segno questo non trascurabile della sua indole e vocazione di filosofo, che non si accontenta delle credenze religiose - anche se le rispetta - né di raziocini privi del sostegno dell’esperienza diretta dei fatti e dell’analisi necessaria per rappresentarli e pensarli in modo congruente. La filosofia, infatti, almeno nei casi migliori, non costruisce nel vuoto, non trae da sé i suoi fili come il ragno, ma deriva le proprie idee dall’osservazione, esperimenta e verifica, proprio come fanno le scienze, con le quali, dunque, non c’è contrasto, perché i mezzi e il metodo della conoscenza sono gli stessi e diversi sono soltanto gli oggetti (anche quando sembrano i medesimi) e gli scopi della ricerca.
In questo senso Pitagora diede inizio ad una tradizione di pensiero, a cui i filosofi calabresi – da Telesio a Campanella a Galluppi a Vincenzo De Grazia con la sua “filosofia dell’osservazione” rimasero fedeli e che antepone la concretezza all’astrazione; la ‘logica’ delle cose, alla logica delle parole; la verità che risulta dalla conoscenza diretta a quella che deriva dal raziocinio; l’analisi dei fatti all’analisi dei concetti e alle sintesi ipotetiche o aprioristiche.
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Eraclito, che era di Efeso, nella Ionia, ed era più giovane di poco più di una generazione, accusò Pitagora di essersi occupato di troppe cose e per questo di essere rimasto alla superficie., senza andare a fondo., conseguendo un sapere falso e ingannevole. “La molta dottrina [polimathìa]- egli sentenziò- non insegna ad avere intelligenza”, altrimenti lo avrebbe insegnato a Pitagora (così come ad Esiodo, a Senofane e ad Ecateo)[10]. Un giudizio drastico che egli pronunciava In nome del Logos, del Discorso Vero, che gli uomini non ascoltano e disconoscono, non riuscendo a vedere l’unità al di là delle differenze, cosicché i loro discorsi sono fatti di affermazioni e negazioni, senza accorgersi che ciò che negano è lo stesso di ciò che affermano[11].
Ma Pitagora, da filosofo, ricercava, appunto, l’unità delle differenze, il fondamento e il rapporto tra le diversità, esplorando i vari campi della realtà naturale, sociale e umana per scoprire la struttura comune delle “cose che sono” Considerava le differenze come reali, vere; non come predicati opinabili o trascendibili, ma come note diverse che si compongono nell’armonia del cosmo, in un mondo ordinato, le cui parti, diverse, contrarie, opposte tra loro, concorrono. all’unità del tutto e voleva carpire il segreto di questa armonia, di quest’ordine, di questa unità.
La sua ricerca, come si evince da un altro frammento di Eraclito[12], non si basava, come avverrà con Platone, sulla rassegna e l’analisi di idee discese nella mente degli uomini dall’alto, da un mondo Iperuranio, allo scopo di esplicitare i loro rapporti e la dipendenza gerarchica dell’una dall’altra, ma sull’osservazione empirica (historìa) dei rapporti tra le cose (pragmata), gli stati di cose, i fatti, i dati, perché è solo dalla loro conoscenza che derivano i nostri concetti e le nostre idee e dipendono i ragionamenti, non solo formalmente validi, ma plausibilmente veri, e le induzioni o le inferenze legittime.
Per questa via terrestre, esperienziale, Pitagora giunse all’asserto (filosofico) che “il numero è il principio di tutte le cose” motivato dalla constatazione che tutto ciò che esiste, viene al mondo, fa parte del mondo – anche le idee e le immagini mentali, anche i nostri pensieri, desideri e sentimenti- è determinato, limitato, finito e, come tale, è numerabile, ha un numero, è riducibile a numero e può anche dirsi che è numero-[13] La verità di questa formula pitagorica riluce con chiarezza nell’era che viviamo, nell’era digitale, che così si definisce, appunto, da ‘digit’ , il termine inglese corrispondente a ‘numero’. La più nitida e vivida immagine, ad esempio, ingrandita n volte, si rivela formata da una quantità di unità minime o pixel, individuabili attraverso coordinate numeriche e modificabili, nei contorni e nei colori, agendo sui valori numerici delle relative scale grafiche e cromatiche.
Pitagora giunse perciò alla scoperta di ciò che è la condizione stessa dell’ esistere, del venire ed essere al mondo (o dell’ essere stato, perché ciò che una volta è comparso al mondo, ha fatto il suo ingresso, anche se per brevi istanti, nella dimensione dell’esistenza, ne fa parte per sempre, nonostante le sue tracce e la sua memoria possano essere irrimediabilmente perdute). Esistere, significa esser finito, avere una propria determinazione, prima di tutto, quantitativa, nella estensione lineare dello spazio e nella durata del tempo.
Il numero, che, prima di diventare un concetto astratto, nella “matematica approssimativa” dei tempi di Pitagora veniva identificato con la più piccola singolarità esistente - il calculus (psefos), il sassolino come strumento per misurare -con la sovrapposizione- le grandezze- è l’elemento di cui si compongono il mondo reale e tutte le molteplici cose che ne fanno parte. Il numero è moltiplicabile e divisibile, ma con un termine massimo o minimo (di estensione e di durata) che separa l’esistente, sempre determinato e delimitato (peperasménos), dal non esistente, cioè. dall’indeterminabile nulla (àpeiron).
L’infinito è l’inesistente, il nulla, privo di dimensioni, di estensione di durata. Esso ‘circonda’ l’universo solo perché questo, come ogni cosa, ha un limite sempre espandibile o contraibile e si insinua, perciò, tra le cose, delimitandole, individuandole e separandole l’una dall’altra. Da qui la teoria pitagorica dell’“inspirazione”: ogni volta che nasce un ente o accade un evento é come se venisse inalato e assorbito un tratto di infinito, che avvolge e definisce la singolarità discontinua delle cose. Le cose emergono dal nulla, si muovono nel nulla (come le particelle quantiche) e lo accolgono in sé. Ma l’infinito, considerato in se stesso è il niente assoluto, perché non ha numero, perché non c’è numero, per quanto grande o piccolo, che possa adeguarlo, comprenderlo, compierlo. L’infinito, il perennemente altro, rivela il suo volto, o la sua ombra sfuggente e irraggiungibile, solo in quanto il numero, il singolo ente, ne ritaglia una porzione, un tratto, catturandolo, portandolo all’esistenza come elemento del mondo e facendolo esistere nelle forme reali dello spazio relativo (illimitato, ma finito e misurabile), come distanza tra le cose o campo di azione delle grandezze, e del tempo relativo (illimitato. ma finito e misurabile), come durata e intervallo nel moto o come durata e pausa tra i suoni[14].
Se poi astraiamo il numero dalle entità reali a cui è intrinseco e lo consideriamo in sé i due elementi che configurano il mondo percepito, cioè il limitato e l’illimitato, assumono la forma, rispettivamente del dispari e del pari. Nella serie numerica dei pitagorici non c’è lo zero, perché lo zero è l’inattingibile niente. L’uno (parimpari) è l’origine e l’elemento costitutivo di tutti gli altri numeri, li contiene in sé e non è preceduto da niente. Il pari ha un vuoto tra le unità o i gruppi di unità che si corrispondono, mentre nel dispari questo vuoto viene occupato e trova il suo limite nell’unità che vi si aggiunge.
Limite e illimitato, pari e dispari, sono le prime due coppie di contrari che compaiono in una lista di dieci. Le altre sono:
- Uno-Molteplice
- Destro-Sinistro
- Maschio-Femmina
- In quiete-Mobile
- Dritto-Curvo
- Luce-Buio
- Bene-Male
- Quadrato-Rettangolo
Questa concezione dualistica del mondo, a cui non è estranea l’influenza delle dottrine religiose iraniche fatte risalire al profeta Zarathustra, consentiva a Pitagora e ai pitagorici di spiegare il cambiamento, che prevede momenti di tensione e di conflitto come necessari all’armonia delle parti e del tutto. Non c’è armonia senza tensione e la tensione si genera, come nella musica, dalla contrapposizione di elementi dissonanti. Le cose simili e omogenee affermava Filolao[15]- non hanno, infatti, bisogno di armonia. Solo dai dissimili, da elementi contrari o opposti, a partire dall’opposizione fondamentale di limitato/limitante e illimitato scaturisce l’armonia del mondo, che è il fine a cui deve tendere l’anima e che deve essere perseguito attraverso il freno degli istinti irrazionali (illimitati), la loro abituale moderazione, le ricorrenti pratiche di purificazione.
L’anima è predisposta all’armonia, ne possiede il senso innato e, salvo deviazioni, tende a realizzarla per concorrere all’armonia universale e per assicurarsi un destino individuale migliore. Abbiamo diverse testimonianze della fede di Pitagora nell’immortalità dell’anima e nella sua trasmigrazione dopo la morte nel corpo di altri uomini o di animali.
Secondo Erodoto[16] questa credenza risaliva agli Egizi e se Pitagora era davvero nel novero di quei greci, che, a suo dire, l’avevano fatta propria, bisognerebbe pensare che anche lui fosse convinto che, dopo un ciclo di reincarnazioni di tremila anni, sarebbe tornato nel suo proprio corpo. Pitagora era noto per la sua grande memoria. Ricordava tutto e, come riferisce Eraclide Pontico, [17] diceva di essere stato nelle precedenti vite Etalide figlio di Hermes; poi, il famoso guerriero Euforbo; poi Ermotimo, tanto che riconobbe lo scudo che Menelao aveva regalato a quest’ultimo; poi, Pirro, il pescatore di Delio, divenendo infine Pitagora. È chiaro che questa narrazione, sia essa da attribuire a Pitagora ovvero ai suoi fantasiosi biografi, fa parte del mito e della leggenda e nulla ha a che fare con la filosofia. Credenze di questo tipo implicano l’impossibile coesistenza di due anime, quella dell’individuo che si incarna nel corpo di un altro e quella del possessore del corpo in cui il primo si è trasferito ed ha soggiornato. Viceversa l’immortalità sarebbe di un’anima non individuata, che di volta in volta assume la forma provvisoria di individui mortali che succedono gli uni agli altri senza essere l’anima di nessuno di loro in particolare. Tuttavia la credenza pitagorica nella metempsicosi ha un valore culturale di notevole importanza come invito a coltivare la memoria. Studiare le grandi personalità del passato è, in fondo, appropriarsi del loro pensiero e della loro esperienza e richiamarle in vita; come se loro vivessero in noi o noi in loro.
C’è un ultimo punto da tener presente. Non è possibile stabilire se Pitagora in persona fece un’altra sorprendente (“mirabile”) scoperta, o se essa maturò, come è più probabile, nell’ambiente del pitagorismo a lui posteriore (Ippaso): quella, cioè, dell’incommensurabilità tra il lato e la diagonale di un quadrato. Si trattò di una vera rivoluzione nel campo della matematica, presupposto del passaggio dal punto geometrico esteso (un granellino per quanto piccolo, ma finito) al punto geometrico ideale, privo di dimensioni.[18] Lato e diagonale del quadrato non sono, infatti, sovrapponibili con esattezza, non sono costituiti dallo stesso numero di punti materiali e non hanno sottomultipli comuni. Non esiste, cioè, un frammento per quanto piccolo della linea del lato che sia contenuto, un numero intero di volte, nella linea della diagonale. Non c’è, dunque, una misura comune. La diagonale, di fatto, è uguale al lato moltiplicato per la radice quadrata di due (d= √2 x l ). Ma √2 è un numero irrazionale, indefinito e indefinibile, definibile solo approssimativamente, ‘àlogos’,.”indicibile”. La soluzione del problema non era possibile sul piano fisico per i limiti di divisibilità del punto materiale che si arresta di fronte all’indivisibile, all’ “atomo”[19](= ciò che non si riesce a dividere ulteriormente). Questa difficoltà spinse i matematici a concepire il punto, la linea, il piano e i numeri come enti puramente ideali e come tali divisibili all’infinito e consentì di dare al problema dell’incommensurabilità soluzioni, sempre approssimative, ma sempre meno imprecise, praticabili attraverso algoritmi computazionali che restituiscono numeri a miliardi di cifre dopo la virgola.
L’idealizzazione della matematica - dell’ aritmo-geometria pitagorica- ha rappresentato un grandissimo progresso per il calcolo delle grandezze macro e microscopiche e per la stessa nostra concezione del mondo, consentendoci un salutare distanziamento dalle immediate apparenze sensibili. Ma ha anche alimentato nei filosofi la presunzione di una totale autonomia del pensiero rispetto alla realtà del mondo cui apparteniamo, quasi che il pensiero sia di per se stesso produttore di verità, inducendo così a dimenticare che tutte le nostre idee hanno origine dalla osservazione della realtà e che la verità è tale soltanto.se trova un aggancio e un riscontro nell’unico mondo reale, quello in cui si svolge la nostra vita ed è e resta il termine di confronto obbligato di ogni mondo possibile e di ogni costruzione speculativa.
Pitagora ci ha lasciato l’esempio di una filosofia fondata sull’analisi dei contenuti della conoscenza e non sulle forme logiche o sul linguaggio, cioè sull’insieme dei simboli in cui l’uomo racchiude e riassume l’esperienza, la cui pertinenza, corrispondenza e congruenza e la cui genesi storica vanno continuamente indagate e rivedute. Ha preparato così un solco lungo il quale i filosofi calabresi, stimolati e agevolati dal mito della Magna Grecia, che con il pitagorismo si è identificato traversando i secoli, hanno continuato a camminare.


[2] Diogene Laerzio fornisce un elenco di 10 personaggi noti all’epoca dal nome Pitagora (un politico, un atleta, un medico, un pugile, uno storico…) Tra questi ricorda Pitagora di Reggio, anch’egli nativo di Samo e trasferitosi a Reggio a metà del V secolo, dove divenne discepolo di Clearco e si specializzò nella fattura di statue bronzee, divenendo abilissimo nel riprodurre tendini, vene e capigliature, tanto che non è azzardata l’ipotesi che sia lui l’autore dei Bronzi di Riace.
[3] Giamblico (La vita pitagorica, 5-7) riferisce il racconto mitico secondo cui i genitori di P. -Mnemarco (altrove: Mnesarco) e Partenide, discendenti da Anceo, il fondatore di Samo- si sarebbero rivolti all’oracolo di Delfi per sapere di un viaggio commerciale che intendevano fare in Siria. La Pizia diede il responso che il viaggio sarebbe stato molto favorevole, ma al tempo stesso annunciò che Partenide, senza saperlo, era incinta e avrebbe partorito un figlio più bello e più sapiente di ogni altro. Cosa che avvenne a Sidone, in Fenicia (qui e non a Samo, dunque, sarebbe nato Pitagora). Mnemarco allora cambiò il nome della moglie in Pitaide e diede al neonato il nome che testimoniava l’annuncio divino del suo avvento.
[4] Secondo Aristosseno (citato da Diogene Laerzio (VIII,8) Pitagora apprese gran parte delle sue dottrine da Temistoclea, sacerdotessa di Delfi
[5] Gli “akousmata”, noti anche come “simboli pitagorici” erano delle istruzioni o prescrizioni orali spesso espresse con delle metafore, che ne rendevano non semplice e immediata l’interpretazione (“non attizzare il fuoco con il coltello”, “non far tracollare la bilancia”. “, “tieni le coperte sempre legate insieme”, “non mangiare il cuore”ecc.).
[6] Secondo Porfirio Pitagora avrebbe appreso la geometria dagli Egizi, l’aritmetica dai Fenici, l’astronomia dai Caldei e i riti divini dai Magi
[7] E’ sorprendente che proprio Aristotele, la fonte più autorevole per ricostruire il pensiero filosofico dei pitagorici, abbia accolto e riferito la tradizione sui ‘miracoli’ di Pitagora:_ la premonizione che su una nave in arrivo vi fosse un morto, l’addomesticamento dell’orsa bianca, la sua ubiquità (fu visto simultaneamente a Crotone e a Metaponto), l’uccisione con un morso di un serpente velenoso, Il trasferimento invisibile a Metaponto dopo aver previsto la sedizione contro i pitagorici, il saluto rivoltogli ad alta voce da un fiume, l’esibizione in un teatro della sua coscia d’oro.
[8] Vedi A. Frajese, Gli inizi della matematica di precisione nella Magna Grecia, in Atti del V Convegno di studi sulla
Magna Grecia (Taranto, ottobre 1965), Napoli 1966
[9] Vedi: I presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di Gabriele Giannantoni, Bari 1969, pag.137 e 140 (IAMBL, v Pyth. 88; THEO SMYRN, pag 59,4)
[10] Vedi: I presocratici,cit., pag.148 (fr.22 B 40)
[11] La salita è la stessa cosa che la discesa; il movimento lineare e curvo (rotatorio)della vite sono uno stesso movimento; il fiume è lo stesso anche se non ci si può bagnare due volte in esso, perché le sue acque scorrono e si rinnovano, l’arco, strumento di morte, ha lo stesso nome della vita (bios)
[12] Diogene Laerzio, VIII 6
[13] Filolao: “Tutte le cose che si conoscono hanno numero, senza il numero non sarebbe possibile pensare né conoscere alcunché” (STOB, ecl., I 21, 7 b). Vedi: I presocratici, pag.466
[14] Il pitagorico Archita, signore di Taranto, vissuto un secolo e mezzo dopo Pitagora, si chiedeva se posizionandosi sul limite estremo del mondo fosse possibile alzare un braccio. Era certo possibile, perché così facendo si sarebbe semplicemente spostato il confine del mondo e ampliato il limite dello spazio reale.
[15] I presocratici, pag.467 (STOB, ecl, I 21,7d).
[16] Erodoto, Storie, II 123
[17] Diog,Laert,, VIII 5
[18] Vedi: A Frajese, Gli inizi della matematica di precisione nella Magna Grecia.
[19] Non a caso Diogene Laerzio pose Pitagora a capo di una tradizione di pensiero che arriva agli “atomisti”. Leucippo, Democrito ed Epicuro, distinguendola da quella di origine ionica che da Anassimandro si estende fino a comprendere Platone, Aristotele e gli Stoici.
Monongah: la tragedia dimenticata
di Giuseppe Marino

La storia dell’emigrazione italiana, soprattutto quella meridionale, è costellata da una serie spaventosa di sciagure che seminarono morti e lutto nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, trasformando le speranze e le aspirazioni ad una vita migliore di tanta povera gente, in dolore e disperazione. Mattmark, Marcinelle, Cherry, Monongah sono nomi tristemente famosi per essere stati teatro di veri e propri “massacri” di italiani e, lavoratori di altri paesi europei anch’essi sfruttati e costretti a lavorare in condizioni disumane e nella totale assenza di misure di sicurezza che potessero, in qualche modo, tutelare la loro incolumità. Era l’8 agosto del 1956 quando a Marcinelle, nel sobborgo operaio di Charleroi, in Belgio, un carrello impazzito, uscendo dai binari, tranciò alcuni cavi elettrici innescando una terribile esplosione nella miniera. I pozzi si trasformarono in una sorta di inferno nel quale persero la vita 262 operai. Di essi ben 136 erano italiani e, tra loro, moltissimi, meridionali. Il dramma di una delle tante famiglie che ne furono vittime fu cantato mirabilmente dal poeta Ignazio Butitta nella celebre poesia “Lu trenu di lu suli” che racconta la storia di Salvatore Scordu e della moglie Rosa che apprese la terribile notizia in treno, da una radiolina a transistors, proprio mentre, con la nidiata dei figlioletti era in viaggio per il Belgio per raggiungere il marito e cambiare, finalmente, tenore di vita. Il 30 agosto del 1965, a Mattmark, nel cantone vallese della Svizzera, una valanga, staccatasi da un ghiacciaio, travolse il cantiere della diga in costruzione provocando la morte di 88 persone delle quali 56 di nazionalità italiana. Anche questa volta il tributo di sangue dei meridionali fu altissimo. Ben sette lavoratori provenivano da San Giovanni in Fiore; il più anziano aveva 56 anni, il più giovane 20 anni. Una sciagura che, invece, fece vittime fra gli operai del centro nord, soprattutto dell’Emilia Romagna, fu quella del 13 novembre del 1909 che interessò la miniera di Cherry (Illinois). In quell’occasione i morti accertati furono 250, di cui 65 italiani. I morti emiliani furono ben 34.[1] Per cercare di trarre in salvo i minatori perirono anche 12 soccorritori. I superstiti furono solo 20. Uno di loro, giovanissimo, Bonfiglio Ruggeri, arrivato in America da poco tempo, rimase intrappolato nella miniera tra continui scoppi e incendi e impazzì per il terrore. Ma la sciagura più spaventosa, la più cruenta, la più grave nella storia mineraria degli Stati Uniti fu, senz’altro, la tragedia di Monongah, una cittadina del West Virginia, non solo per lo spaventevole numero dei morti accertati e per il fatto che fu l’unica che non registrò superstiti, ma anche perché, come si ritiene unanimemente, il numero effettivo delle vittime fu, certamente, di gran lunga superiore a quello che fu il bilancio ufficiale della sciagura. Ma Monongagh deve essere stata così atroce, così terrificante da essere perfino rimossa dalla coscienza e dal ricordo delle future generazioni. Erano le 5 e 20 del mattino del 6 dicembre del 1907. Dopo due giorni di festa, centinaia di minatori di diversi paesi europei, molti anche statunitensi, stavano scendendo nei pozzi. All’improvviso una terrificante esplosione fa crollare la miniera seppellendoli per sempre nelle viscere della terra. La probabile causa dell’immane tragedia fu l’eccessivo accumulo di gas che si verificò a causa dello spegnimento del sistema di aerazione, in occasione della festa di San Nicola, voluto dai proprietari per risparmiare. In quelle condizioni fu sufficiente una scintilla a scatenare l’inferno. Il bilancio ufficiale parlo di 361 vittime, delle quali 171 italiani, 83 americani, 105 tra russi e polacchi, altre fonti parlarono di ben 960 morti di cui almeno 500 italiani. Lo scostamento tra le due cifre deriva dal fatto che, in realtà, non fu mai possibile accertare con precisione il numero dei minatori al lavoro in quel momento. Nel cantiere, infatti, vigeva il “buddy sistem”, ovvero il “sistema del compagno, dell’amicone”. I lavoratori, infatti, si organizzavano autonomamente in squadre portandosi dietro amici o compagni che li aiutavano ad estrarre quanto più carbone possibile. Più carbone riuscivano ad estrarre, più ricevevano buoni da spendere nei negozi degli stessi proprietari della miniera dove acquistavano tutto ciò che poteva loro servire. In queste condizioni, perciò, è molto probabile che, quella mattina, in quei maledetti pozzi, ci fossero molti più lavoratori di quanti poté accertare l’inchiesta ufficiale. Per cercare di ricostruire con accettabile correttezza l’esatto numero dei caduti furono fatte perfino accurate ricerche nei cimiteri. La miniera nella quale si verificò la spaventosa catastrofe era di proprietà della Fairmont Coal Company, sussidiaria della Consolidation Coal Company. La tragedia colpì soprattutto, l’Abruzzo, il Molise e la Calabria; 31 minatori provenivano da Duronia del Sannio, un paesino in provincia di Campobasso; moti altri erano originari di Fossalto (CB), Frosolone (IS), Pietracatella (CB), Civitella Roveto (AQ). I calabresi erano in maggioranza originari di San Giovanni in Fiore, ma ce n’erano anche di Castrovillari, Gioiosa Ionica, Falerna, Guardia Piemontese, Morano Calabro, San Nicola dell’Alto, Strongoli. I sangiovannesi, secondo l’inchiesta ufficiale, furono 21 (almeno questo è il numero che si desume con certezza dall’elenco dei familiari risarciti), ma alcuni cognomi di cittadini italo americani le cui famiglie risultarono residenti a Monongah, senz’ altra specificazione, fanno pensare ad altri possibili emigrati della cittadina florense.[2] Anche Caccuri ebbe i suoi morti, sebbene l’inchiesta ufficiale ne individuò uno solo: Francesco Loria, nato a Caccuri il 23 febbraio del 1886 da Saverio e da Caterina Marino. Il giovane, giunto in America all’età di 19 anni, il 29 settembre del 1905, a bordo della nave Madonna, carico di speranze, perse la vita, in modo atroce, l’anno dopo, a soli 20 anni. Il padre fu risarcito con 200 dollari. San Nicola dell’Alto ebbe due caduti, probabilmente due fratelli. Entrambi sposati con figli, le loro vedove ricevettero rispettivamente 548 e 722 dollari a risarcimento della grave perdita subita. Un morto lo ebbe anche Strongoli, un certo Francesco Todaro la cui moglie fu anch’essa risarcita con 200 dollari. Il compito di individuare i superstiti delle vittime nei loro paesi d’orine e di istituire un fondo per risarcirle in qualche modo, fu affidato a un comitato di 24 persone eletto dal Monongah Mines Relief Committee. Di esso facevano parte anche due prestigiosi italo americani: il reverendo Joseph D’Andrea, parroco della chiesa cattolica di Monongah e il signor Filippo Pellegrini, originario di Atessa (CH). Filippo Pellegrini era una persona molto stimata dalla popolazione di Monongah dove gestiva un negozio di generi alimentari e morì, tragicamente, nel 1917, quando fu investito da un’automobile. [3]Il reverendo D’Andrea fu colpito in prima persona dalla sciagura nella quale perse il fratello Vittorio. Toccò a lui il mesto compito di celebrare i funerali dei poveri minatori. Il comitato non si limitò a identificare i morti e rintracciare i loro familiari, ma lanciò un appello, attraverso i giornali e la radio, in tutti gli Stati Uniti per raccogliere fondi. Molti soldi giunsero così da tutti gli Stati Uniti, ma anche dall’Europa per cui furono raccolti 154.360, 10 dollari. Molti di questi dollari furono anche il frutto della donazione di tanti emigrati italiani e di altri paesi. Per correttezza di informazione va detto che la Fairmont Coal Company contributi per 20.000 dollari. Il criterio adottato fu quello di risarcire ogni vedova o, nel caso il morto fosse celibe, i genitori con 200 dollari (circa 3245 euro), ai quali venivano aggiunti altri 174 dollari (2823 euro)[4] per ogni orfano. Di undici vittime non si riuscì ad identificare la famiglia di origine, altri tredici, tra i quali due italiani, risultarono senza persone a carico da risarcire. Scorrendo le pagine del volume presso la Biblioteca di Morgantown si notano alcune incongruenze di cui non si riesce a venire a capo, come la presenza, nell’elenco delle vittime, di due lavoratori, Giovanni e Francesco Iaconis, probabilmente parenti, riportati erroneamente come “Yacones” i cui nominativi compaiono solo nell’elenco delle vittime, ma non in quello delle famiglie risarcite. Il cognome potrebbe essere riferito a minatori originari di San Giovanni in Fiore, ma anche di Caccuri, dal momento che all’inizio del secolo scorso, in quest’ultima cittadina vi erano parecchie famiglie con questo cognome, anche se va riferito, per correttezza di informazione, che chi si è già occupato (e anche autorevolmente) della sciagura ha classificato i due Iaconis come cittadini di San Giovanni in Fiore. Potrebbero anche essere caccuresi emigrati dapprima a San Giovanni in Fiore e, da lì, in America. Probabilmente i solerti membri del comitato, nel loro difficile lavoro, non riuscirono a rintracciare alcun parente delle due vittime che, ovviamente, non poterono essere risarciti e quindi compresi nei relativi elenchi. La sciagura di Monongah, come abbiamo già osservato, non fu soltanto la più grave nella storia mineraria degli Stati Uniti, ma sicuramente anche la più dimenticata. Per moltissimo tempo, infatti, nessuno ne parlò, anche se nella coscienza popolare e nella memoria delle popolazioni colpite rimasero cupi, ancestrali timori. “Te piensi a vaju a Mironga?”, ripetevano i vecchi sangiovannesi quando volevano rassicurare l’interlocutore sul fatto che si sarebbero rifatti vivi, che non sarebbero andati in un posto dal quale non si fa ritorno. L’esistenza di questo modo di dire che testimonia l’orrore e il terrore suscitato da questo grave disastro, fu confermata da Domenico Porpiglia, il bravo giornalista del periodico “Gente d’Italia” al quale va il merito di avere per primo, con tenacia e intelligenza, riportato alla luce l’immane tragedia frettolosamente insabbiata, probabilmente, per nascondere le gravi responsabilità della Fairmont Coal Company. [5]E la paura dei nostri connazionali dovette essere davvero tanta, se è vero, come è vero, che nel 1908 si assistette ad una drastica riduzione del numero degli immigrati italiani.[6]Lo del West Virginia continuò, comunque, ad essere meta di tantissimi nostri corregionali e compaesani. Dopo un periodo di contrazione, infatti, l’emigrazione per Fairmoint, e Clarksburg riprese alla grande. Gli stessi nonni paterno e materno di chi scrive lavorarono, fortunatamente senza incappare in alcun incidente, per molti anni, nel fondo di una miniera di Clarksburg, prima di tornarsene a Caccuri con una manciata di dollari risparmiati a prezzo di immani sacrifici.
[1] Monica Bertugli: Tesi di laurea “L’emigrazione delle comunità montane dell’appennino modenese ovest, dall’Unità d’Italia al secondo dopoguerra”, Università degli Studi di Reggio Emilia, anno acc. 2001/02, www.lunanuova.it/ValDragone/Valdragonenellastoria/Emigrazione.
[2]History of te Monongah Mines Rilief Fund, in Aid of Sufferers from the Monongah Mine Explosion, Monongah, West Virginia, Decembere 6, 1907 – Morgantown Public Library. Pp. 28-39.
[3]Devo queste notizie alla signora Donna Pellegrin, cittadina americana di origini caccuresi, ingegnere meccanico e ricercatrice, che le ha ricavate dall’esame di alcuni documenti dell’archivio parrocchiale di Monongah e da articoli di stampa dell’epoca.
[4]Il valore è stato calcolato col metodo Consumer Price index.
[5]Manuela Correra, Gazzetta del Sud – mercoledì 12 novembre 2003.
[6]The 1907 Monongah mine disaster temporarily slowed Italian immigration to the region, pag. 109.
Pietro Monaco, l' eroe mancato e la sventurata Ciccilla
di Giuseppe Marino

Pietro Monaco, soldato borbonico, poi garibaldino, quindi mancato soldato dell’esercito italiano e disertore, infine bandito efferato e inafferrabile, nacque a Macchia di Spezzano piccolo il 2 giugno del 1836. Nel 1855 fu selezionato per il servizio di leva nell’esercito duo siciliano, servizio che prestò a Napoli dove conobbe, Agesilao Milano, soldato calabrese di origini arbëreshë di San Benedetto Ullano, futuro attentatore alla vita di Ferdinando II e Giovan Battista Falcone di Acri, uno dei compagni di Pisacane che il Monaco, secondo alcune fonti, si ritrovò a combattere come nemico proprio a Sanza quando il gruppo di rivoluzionari fu massacrato dai contadini e dai soldati borbonici. Per uno strano capriccio del destino assistette probabilmente anche al gesto folle e disperato di Agesilao Milano quando questi, al Campo di Marte, nel corso di una parata militare, si scagliò con la baionetta contro il sovrano. E’ probabile che queste dolorose vicende abbiano prodotto qualche senso di ribellione nell’animo del giovane soldato che, nell’ottobre del 1858, assolto il servizio di leva e tornato nella sua terra, all’età di 22 anni sposò Maria Oliverio che divenne poi Ciccilla, una delle più famose brigantesse dell’ex Regno delle due Sicilie.
Prima del matrimonio, ma probabilmente anche dopo, Pietro ebbe una relazione con Teresa Oliverio, sorella di Maria , relazione che ebbe effetti devastanti sulla vita dei tre protagonisti di questo scellerato triangolo. La vita matrimoniale non fu facile, sia per il carattere irascibile di Pietro, sia per la maniacale gelosia di Maria, probabilmente fondata, nei confronti della sorella. Arruolatosi una seconda volta al posto di un facoltoso cittadino di Macchia di Spezzano in cambio di denaro, secondo le leggi allora in vigore, disertò dopo poco tempo dandosi alla macchia. Nell’agosto del 1860, quando Garibaldi tenne un celebre comizio dal balcone della casa di Donato Morelli, un possidente fra i più attivi nel finanziare e favorire l’impresa garibaldina in Calabria e nel reclutare uomini in appoggio al conquistatore nizzardo, promettendo, su subdolo suggerimento dello stesso Morelli, gli usi civici delle terre silane, abolizione della tassa sul macinato e la riduzione del prezzo del sale, il giovane disertore, così come centinaia di altri calabresi andarono ad ingrossare le file dell’accozzaglia garibaldina che ebbe la strada spianata fino a Capua e al Volturno dove quel che restava dell’esercito borbonico seppe tenere testa validamente ai garibaldini che, senza l’intervento dell’esercito piemontese e di mercenari ungheresi sarebbero stati sopraffatti facilmente. Va inoltre rilevato che in quell’occasione a Soveria Mannelli una parte dell’esercito borbonico, al comando del generale Giuseppe Ghio che aveva ai suoi comandi ben 12.000 uomini, si arrese, senza combattere, com’era oramai diventata un’abitudine da Marsala in poi, a quattro gatti comandati Francesco Stocco, calabrese di Decollatura promosso da Garibaldi generale. Il Ghio, come da copione, poco tempo dopo, pur avendo avuto un ruolo di primo piano nella fine di Pisacane, fu nominato da Garibaldi, comandante della piazzaforte di Sant’Elmo (A sant'Eremo tanta forte l'anno fatto comme’’a ricotta), cosa che fece infuriare i mazziniani, ma il suo tradimento consentì all’avventuriero nizzardo di scrivere questo spavaldo telegramma: “Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a diecimila soldati, comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili, trecento cavalli, un numero poco minore di muli e immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli, e dovunque, la lieta novella.[1] C’è chi ancora ha qualche dubbio sui motivi reali di molti tradimenti di generali e ufficiali borbonici che si arrendevano agli invasori prima ancora che questi glielo chiedessero, ma evidentemente, come canta Mimmo Cavallo e come lascia intendere Denis Mack Smith [2] nel suo “Garibaldi” quando parla di contributi in danaro da parte di lord Byron e del Duca di Wellington, a questi comportamenti non fu estraneo “l’oro inglese.” Purtroppo le promesse non vennero mantenute; gli usi civici non furono mai concessi, il prezzo del sale tornò a livelli altissimi e la tassa sul macinato raddoppiata. Da qui la rabbia e l’odio dei calabresi contro chi li aveva ingannati e la nascita di un movimento di resistenza e di reazione che fu subito ribattezzato “brigantaggio” dai conquistatori e dai profittatori di sempre divenuti ora alti funzionari, ufficiali, giudici, parlamentari dei nuovi regnanti e, come sempre, saldamente in sella e ancora più ricchi e protervi di prima. A Pietro Monaco, fra l’altro, richiamato di nuovo alle armi dopo avere combattuto con Garibaldi per l’unità d’Italia, a tanti soldati sbandati e senza alcuna prospettiva, ai contadini senza terra e senza diritti, ai nostalgici del vecchio stato non rimase altro che prendere le armi e darsi alla macchia, alcuni autonomamente dandosi al brigantaggio criminale, altri intruppati nelle bande fomentate da Luigi Muraca, Padre Clemente da Sersale, dal generale spagnolo Borjes a tentare di scacciare i conquistatori dalle terre dell’ex Regno delle due Sicilie.

Il crinale che divideva i briganti criminali da quelli politici era spesso assai esile tanto che i due movimenti spesso si intrecciavano e si confondevano. Il Monaco, assieme alla moglie che dopo l’efferata uccisone della sorella e rivale in amore Teresa aveva seguito il marito e la sua feroce e agguerrita banda col soprannome di Ciccilla, fu, sicuramente, un criminale comune, anche se alcuni lo definiscono un bandito sociale [3] e se per quasi due anni diede filo da torcere al famigerato Fumel, l’efferato colonnello piemontese mandato dal Cavour a sopprimere la resistenza duo siciliana con metodi barbari e inumani. La banda Monaco non partecipò mai a episodi di rivolta e di resistenza contro l’esercito invasore, o a rivolte sociali, non ebbe rapporti con altre bande impegnate a scacciare i piemontesi dai paesi e a difenderli come fecero altre bande a Spinello, a Cotronei, a Caccuri e in altre decine di comuni calabresi, anzi il Monaco pare sia stato sospettato anche di rapporti non proprio limpidi e di collaborazione con i piemontesi e forse perfino con lo stesso Fumel che poi gli darà una caccia spietata.
L’ipotesi è avanzata da Peppino Curcio nel suo pregevole libro Ciccilla il quale fa rilevare che il Monaco, fino al maggio del 1862 non era accusato di altri reati oltre a quello di diserzione, ma che, qualche anno dopo, dalla testimonianza di Achille Mazzei, un cittadino di Santo Stefano di Rogliano che fu sequestrato dalla banda Monaco, emerge che il brigante e il suo fido braccio destro Salvatore De Marco, alias Marchetta, erano gli autori del fallito sequestro dei fratelli Domenico e Marco Spadafora conclusosi tragicamente con la morte di quest’ultimo. Poiché i fratelli vittime del tentativo di sequestro erano noti filo borbonici e il Monaco latitante era allora in attesa del perdono che gli era stato promesso in virtù dei suoi trascorsi garibaldini e dell’eroismo col quale si era battuto a Capua e sul Volturno tanto da essere stato nominato sottotenente, si pensa che il delitto, potrebbe essergli stato commissionato dalle stesse autorità piemontesi, ipotesi avanzata anche da Alessandro Dumas che in un articolo de "L’Indipendente" del 4 novembre 1963 tira fuori la storia dell’uccisione, da parte della banda Monaco, del brigante Leonardo Bonaro, capo di alcune bande legate al generale Borges autore di un tentativo disperato quanto velleitario di liberare il Regno delle due Sicilie dai piemontesi facendo insorgere le popolazioni e grazie all’appoggio di una serie di bande di briganti calabresi. Anche questo delitto, si pensa, potrebbe essere stato commissionato al Monaco dalle autorità piemontesi, forse dallo stesso Fumel che poi farà di tutto per catturare e uccidere il Monaco e sgominare la sua banda. Se tutto ciò fosse vero ci troveremmo di fronte all’ennesimo episodio di connivenza e complicità, a un patto scellerato tra la mala vita organizzata, personaggi occulti e misteriosi, servizi segreti e apparati dello stato dei quali è costellata la storia d’Italia. D’altra parte non ci sarebbe tanto da stupirsi dal momento che i patti occulti, i misteri insoluti, le stragi iniziarono con il misterioso sbarco a Marsala di mille invasori senza che nessuno li contrastasse, anzi con l’appoggio di una potenza straniera, continuarono col naufragio dell’Ercole con conseguente sparizione del rendiconto di Ippolito Nievo sulla spedizione dei mille, con lo scandalo della banca romana, col misterioso rifiuto di Vittorio Emanuele di firmare lo stato d’assedio il 28 ottobre del 22, con lo scandalo Lockheed e il misterioso Antilope Cobler, con piazza Fontana, con la morte di Pinelli, la vicenda di Ustica e del mig libico, la presunta trattativa stato – mafia del 1992. Quel che è certo, comunque, è che il Monaco non ottenne il perdono per la renitenza alla leva, è tutto ciò che si aspettava, anche perché con l’omicidio della sorella Teresa, amante del marito, Maria, la moglie, fu costretta a darsi alla macchia e a raggiungere il marito e il resto della banda nei boschi per sfuggire i rigori della legge. A quel punto il destino dell’uomo era segnato e non gli rimaneva che fare il fuorilegge a vita. Iniziò da allora una lunga serie di delitti efferati: sequestri di persona, ricatti, minacce, grassazioni, estorsioni, omicidi che fanno di lui uno dei più pericolosi criminali della Calabria. Egli e la sua banda non parteciparono mai a episodi di banditismo politico a favore dei borbone, anche se, ovviamente, essendo braccato dalle forze dell’ordine del nuovo regime che proteggevano i ricchi vecchi e nuovi saliti sul carro del vincitore anche da antiche vendette che il bandito e i sui accoliti mettevano o tentavano di mettere a segno, la sua attività criminale potrebbe a volte apparire filo borbonica. In realtà Pietro Monaco fu ugualmente nemico dei vecchi e dei nuovi governanti e ciò lo indusse a combattere una sua personale guerra contro le autorità civili e militari e contro i signori del luogo spesso ritenuti i responsabili di tutti i suoi guai. In lui e nella sua banda non vi fu mai nulla di eroico, di romantico; mai un barlume di grandezza, di impegno sociale, ma solo ferocia. Se ne accorse anche Alessandro Dumas, accorso dalle nostre parti attratto dalla fama del brigante inafferrabile. Evidentemente, come ipotizza Peppino Curcio nella sua monumentale biografia su Ciccilla, vuole utilizzare questa figura per creare il personaggio letterario del brigante buono, che combatte l’ingiustizia, che si batte per la povera gente. Da qui la stesura di un racconto dal titolo “Pietro Monaco, sua moglie Maria Oliverio e i loro complici”, ma man mano che procede nella stesura si rende conto che nel Monaco non v’è alcuna scintilla di bontà per cui, profondamente deluso, abbandona l’impresa e riprende e riadatta figura di un fuorilegge buono del XIV secolo che ruba ai ricchi per dare ai poveri e combatte ingiustizie e prepotenze che opera non nella boscaglia silana, ma nella foresta di Shervood, non contro la Guardia nazionale e i soldati di Fumel, ma contro gli sgherri dello sceriffo di Nottingham . Nasceva così Robin Hood.
Niente di romantico nemmeno nella morte di questo terribile, misero, meschino bandito, se non la solita squallida, torbida vicenda italiana che si ripete sempreNiente di romantico nemmeno nella morte di questo terribile, misero, meschino bandito, se non la solita squallida, torbida vicenda italiana che si ripete sempreuguale, da Pietro Monaco a Salvatore Giuliano, ad alcuni capi mafia o delle sedicenti Brigate rosse. Tre banditi della sua comitiva, Salvatore De Marco, alias Marchetta, già braccio destro del capo, Vincenzo Marrazzo e Salvatore Celestino a un certo punto decisero di staccarsi dalla banda e di presentarsi alle autorità, ovviamente approfittando anche di quei pochi provvedimenti di favore previsti dall’infame legge Pica per chi si costituiva e denunciava e faceva catturare o uccidere altri briganti. I tre quindi prendono contatto col generale Giuseppe Sirtori, ex prete, capo di stato maggiore garibaldino, poi generale dell’esercito italiano che il 1 settembre del 1863 fu nominato plenipotenziario per la lotta al brigantaggio nella zona di Catanzaro. Poiché i tre, tutto sommato, non dovevano poi essere delle aquile, come dimostrano nella tragica notte dell’uccisione del loro capo, probabilmente si rendono conto di non essere in grado di far fuori la banda, se non in maniera subdola e senza eccessivi rischi per cui decisero di ricorrere al veleno. Il piano fu sottoposto al Sirtori che, però, almeno da quanto egli stesso afferma, si rifiutò di avallarlo, anzi lo riprovò. Noi abbiamo molto dubbi in proposito, anche in considerazione del fatto che nel corso del suo mandato riuscì a inimicarsi molti notabili locali, che pure non erano certamente amici dei briganti, che lo criticarono ferocemente costringendolo alle dimissioni. Comunque, secondo le fonti ufficiali, il Marrazzo riuscì ugualmente a procurarsi della stricnina che versò nell’acqua che la banda avrebbe dovuto bere , prima di correre a mettersi al sicuro presentandosi alle autorità.
Monaco, la moglie e i compagni rimastigli fedeli, però, non ebbero alcun danno dal veleno del Marrazzo, non si capisce bene se perché inefficace o perché non bevvero l'acqua avvelenata per cui De Marco e Celestino cambiarono piano e la notte del 24 dicembre del 1863, mentre il capo dormiva in una casella assieme allo stesso De Marco, alla moglie Maria Oliverio detta Ciccilla, al cugino Antonio Monaco e al cognato Raffaele Oliverio, gli esplosero contro a tradimento una fucilata che lo uccise sul colpo e ferì Ciccilla a un polso, poi, non avendo il coraggio di affrontare anche i due parenti del morto, si diedero a una fuga precipitosa inseguiti dai tre che gli spararono contro alcune fucilate senza tuttavia colpirli.
Pazzi di rabbia i tre congiunti rientrarono nella casella e constatato che il capo banda era morto, gli recisero il capo per evitare che cadesse nelle mani dei soldati e della Guardia nazionale che ne avrebbe fatto scempio e lo bruciarono nel cavo di un castagno lì vicino, poi si diedero alla fuga per evitare la cattura.
Una domanda che mi sono posto più volte è come mai De Marco, Marrazzo e Celestino, che incontravano quando e come volevano le autorità militari e i capi della guardia nazionale abbiano voluto procedere direttamente all’eliminazione del loro capo, con tutti i rischi connessi e non si siano, invece, limitati a svelare il nascondiglio lasciando che a sgominare la banda fossero le forse dell’ordine. A meno che qualcuno non avesse voluto escludere la possibilità di catturare vivo un fuorilegge che avrebbe potuto svelare segreti che tali dovevano rimanere. Ciò potrebbe avvalorare la tesi di una inziale collaborazione con i piemontesi per far fuori briganti e agitatori filo borbonici, un affare poco limpido del quale nessuno doveva venire a conoscenza. La latitanza dei resti della banda durò fino al 9 febbraio del 1864. Fuggiti dalla valle del Jumicellu, il luogo dell’assassinio del capo, la banda si diresse verso sud est fino a raggiungere il territorio di Caccuri. Intanto al gruppo, che aveva trovato rifugio in due piccole grotte nel bosco di Casalinuovo in località Serra del bosco del comune di Caccuri, si erano aggregati anche i briganti Pasquale Gagliardi e Ludovico Russo detto Portella.
Mi sono chiesto più volte come abbia fatto la banda a scovare queste grotte e questa località che si trova a molti chilometri di distanza dai luoghi solitamente frequentati dalla comitiva e comunque teatro di scorribande di altri briganti. Evidentemente ci furono delle complicità. Comunque anche la cattura di Ciccilla e dei resti della banda Monaco fu, ancora una volta, il prodotto di un tradimento. Questa volta a vendere ai piemontesi Ciccilla e i suoi fu il brigante Giuseppe Iaquinta, forso lo stesso che aveva insegnato loro il nascondiglio. Iaquinta avvisò il comandante del 37° Reggimento Fanteria della Brigata Abbruzzi di stanza a Petilia Policastro della presenza dei briganti a Casalinuovo. A questo punto scattò la trappola che impegnò molti uomini al comando del sottotenente Ferraris e del capitano Baglioni i quali circondarono le grotte tagliando ogni via di fuga alla banda intrappolata in quei piccoli pertugi. Vistisi persi i briganti ebbero una reazione furibonda che costò la vita ai bersaglieri Giovanni Spagnolini di Fara Novarese e Francesco Agnolini di Cittaducale e al guardiano di Barracco Michele Corvino da Lappano[4], conoscente di uno dei banditi. Questi a loro volta persero subito il fratello di Pietro Monaco, Antonio che, gravemente ferito, spirò dubito dopo e la cui testa, trapassata dalla pallottola mortale, fu poi recisa e portata a Cotronei per essere esibita al giudice e Pietro Gagliardi.
Nonostante le perdite, Ciccilla e i due superstiti resistettero ancora per una notte, poi al mattino si arresero, furono arrestati, condotti Cotronei e quindi a Catanzaro per il processo. La brigantessa fu condannata a morte, pena poi commutata in carcere a vita pare su richiesta del generale Sirtori e che scontò nel carcere fortezza di Fenestrelle. Purtroppo le grotte, sul versante sud di Serra del Bosco, nei pressi di un’antica chiesuola a ridosso dell’abitato di Santa Rania e in faccia a Cotronei, crollarono a seguito dell’alluvione del 1972 e la zona è attualmente ricoperta da una intricata vegetazione che ne impedisce l’accesso.
Ciccilla dopo la cattura (più che una spietata brigantessa nella foto dà l'idea di una ragazza che si trova a vivere avvenimenti più grandi di lei dei quali ingenuamente si compiace). Abbiamo già detto di come non ci fosse niente di romantico nella figura di Pietro Monaco, un bandito efferato che agì sempre, probabilmente, spinto da un feroce rancore nei confronti di coloro i quali riteneva i responsabili dei suoi guai o, comunque, vicini o membri di quelle famiglie più rappresentative dei ceti dominanti, sempre le stesse, sotto i borbone prima, sotto i savoia poi. Più complessa, ci sembra invece la figura di Ciccilla, vittima, probabilmente, di una mitizzazione che la fa apparire come una donna violenta, sanguinaria, priva di un briciolo di umanità e capace di qualunque misfatto. A cominciare dall’accusa di aver reciso e bruciato ella stessa la testa del marito, operazione che non avrebbe mai materialmente compiere con un polso trapassato da una pallottola, con una ferita così grave che si trascina dietro fino al giorno della cattura nelle grotte di Caccuri. Le visite mediche eseguite dai medici militari su incarico delle autorità evidenziarono, infatti la frattura di entrambe le ossa del polso. In realtà molte testimonianze, anche nel corso del processo, inducono a rivedere i giudizi trancianti che spesso sono stati espressi nei confronti di questa che, all’età di 17 anni, ancora bambina, sposa un uomo che si rivelerà poi crudele e sanguinario e che ha da tempo una tresca con la sorella Teresa, donna sposata e molto chiacchierata. Il marito, che ha all’epoca anch’egli 21 anni, tenterà più volte pare di ucciderla, forse su istigazione della sorella. Quando il Monaco, al rientro in paese dopo la parentesi garibaldina si rese conto che le promesse del nizzardo sulla concessione delle terre e sugli usi civici erano solo fumo e si ritrovò, fra l’altro, chiamato ad assolvere il servizio di leva, nonostante lo avesse già assolto sotto i borbone e avesse combattuto con Garibaldi, si diede alla macchia, Maria dovette subire anche il carcere nel quale fu rinchiusa assieme alla sorella Teresa dal maggiore Fumel che, conoscendo i legami di Pietro con la moglie e la cognata, voleva, attraverso questa detenzione, indurlo a consegnarsi alle autorità secondo la versione ufficiale, ricattarlo e utilizzarlo per sbarazzarsi di pericolosi briganti reazionari secondo sospetti molto diffusi.
Questa detenzione si rivelò determinante nello spingere Ciccilla sulla via del crimine in quanto contribuì a deteriorare ulteriormente i rapporti con la sorella. Il suo destino si decise definitivamente il 28 maggio 1862 quando, prima che sorgesse l’alba, uccise la sorella con 48 colpi di accetta. La sera prima pare fossa stata vittima di un nuovo tentativo di uxoricidio. Compiuto l’orrendo crimine, Maria veste in nipotini oramai orfani, li prende in braccio e li consegna a sua suocera pregandola di badare ai poveri orfanelli, poi fugge di casa e raggiunge il marito alla macchia. Il Monaco vedendosela comparire davanti e saputo dell’omicidio della sorella, sta per ucciderla, ma ne è impedito dal De Marco (Marchetta). Da quel momento inizia, probabilmente, una difficile convivenza tra Ciccilla, e il violento marito che probabilmente la odia per avergli ucciso l’amante e perché la ritiene fedifraga. L’efferatezza del crimine farebbe pensare a una donna sanguinaria, spietata, fredda, anche perché, probabilmente, così ebbero interesse a descriverla i suoi nemici, ma in realtà, da numerose testimonianze anche nel corso del processo dopo la cattura, pare che così non fosse e che anzi si trattasse, tutto sommato, di una donna fragile invischiata, suo malgrado, in vicende troppo drammatiche che la stritolarono inesorabilmente. Non dimentichiamo che all’epoca dei fatti ha solo 21 anni e alle spalle una vita di violenze, minacce, umiliazioni, delusioni cocenti che avrebbero travolto anche una persona di saldi principi.
A parte la favola di una Ciccilla fredda e spietata che, con un polso fracassato da una pallottola recide il capo del marito, diversi documenti e testimonianze ci presentano una Ciccilla poco sanguinaria e molto più umana. I giudice di Spezzano Grande, per esempio, conclude così la sua istruttoria: “Buona l’indole di Maria, pessima quella di Teresa.”[5] Anche il prete del paese parlò di ottima indole di Maria e di una Teresa perversa, mentre la testimonianza della filatrice Maria Rosa Principe ci svela il perché i rapporti tra le due donne si deteriorarono irrimediabilmente durante la latitanza del marito e quale potrebbe essere stato il movente del tentato omicidio della moglie la sera prima. Pare, infatti che Teresa abbia fatto credere all’amante cognato che la moglie, durante la detenzione nelle carceri di Celico disposta da Fumel, lo avesse ripetutamente tradito. La stessa Principe si premura di sottolineare la bontà d’animo di Maria e la perversità della sorella , così come fanno tante altre testimoni. A questo punto siamo portati a concludere che Ciccilla, pur essendosi resa protagonista e complice di gravissimi misfatti, fu, tutto sommato, vittima di un marito folle e criminale e degli sconvolgimenti politici e sociali del tempo.
A questo punto siamo portati a concludere che Ciccilla, pur essendosi resa protagonista e complice di gravissimi misfatti, fu, tutto sommato, vittima di un marito folle e criminale e degli sconvolgimenti politici e sociali del tempo.
[1]Da Wikipedia – Soveria Mannelli
[2] Denis Mack Smith, Garibaldi, ed. Laterza, 1970, pag. 88
[3] P. Curcio, Ciccilla, Luigi Pellegrini editore, CS 2010, pag. 35
[4] G. Marino, Cronache di poveri briganti, edizioni Pubblisfera San Giovanni in Fiore 2003
[5] P. Cucio, ibidem.


